Trasferimento tecnologico e deep tech: le prossime mosse di EUREKA! Venture SGR

 

EUREKA! Venture SGRIl deep tech non solo può rivoluzionare mercati e tecnologie, ma migliora concretamente la vita di tutti i giorni. Lo dimostra la pandemia: i filtri delle mascherine o la stampa 3d dei componenti per i respiratori sono esempi pratici delle innovazioni in questo settore. EUREKA! Venture SGR è il primo operatore indipendente in Italia specializzato in investimenti deep tech. Abbiamo fatto qualche domanda al ceo Stefano Peroncini per capire come operano.

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L’attenzione di EUREKA! Venture SGR è rivolta a startup e PMI specializzate in tecnologie innovative e spesso di frontiera. Puoi spiegarci come operate, come scegliete le aziende e le innovazioni su cui investire?

Gli investimenti di trasferimento tecnologico rientrano nell’ambito del venture capital e sono finalizzati a individuare le migliori idee e tecnologie che nascono in laboratorio per trasformarle in “prodotti” che possano essere quindi “trasferiti” al mercato e di cui possa beneficiare l’intera collettività.

E’ un’area di investimento che sino ad oggi in Italia è stata un po' troppo sottovalutata, per vari motivi. In primo luogo perché è molto complessa da gestire, in quanto richiede un ampio ventaglio di competenze, che spaziano da quelle di natura tecnica per potersi confrontare senza timore di arrossire con i ricercatori/scienziati, a quella finanziarie per costruire un’operazione di investimento che restituisca un rendimento finanziario sino a quelle più “soft” di accompagnamento al ricercatore nell’individuazione del percorso migliore di valorizzazione della sua attività di ricerca scientifica che magari ha portato avanti tanti anni in un laboratorio universitario. In secondo luogo, perché è un’area di investimento su cui il rischio è evidentemente molto elevato, in quanto non vi sono certezze sul risultato che può derivare dall’attività di ricerca e sviluppo. Ma non vi è dubbio alcuno che è li che il nostro Paese ha una risorsa davvero preziosa, un vero e proprio “sommerso” che deve essere scovato, portato alla luce e valorizzato, grazie a capitali e competenze come quelle apportate dal Fondo Eureka!.

Per selezionare gli investimenti vogliamo capire bene la tecnologia ed eventualmente (se già disponibile) l’idea di impresa sottostante sui cui si investe. Sembra banale e scontato, ma ti assicuro che per comprendere a fondo qualcuno che ti parla di nanotecnologie, materiali avanzati, lab-on-chip e tanto altro ciò che fa la differenza rispetto ad altri fondi di investimento è l’effettiva capacità di entrare in sintonia con il ricercatore e lo scienziato con cui dialoghi sulla sua invenzione o idea. In Eureka! siamo in grado di farlo grazie ai singoli componenti del team e a lavoro di squadra, con un ventaglio di competenze davvero completo, che ci consente di parlare la lingua della “ricerca” e quella del “business”.

Oltre a me, con background nella gestione di fondi di venture capital, nel team Eureka! ci sono Anna Amati, tra i pochi italiani valutatori esperti della Commissione europea nell’ambito dell’European Innovation Council, che da sempre lavora con ricercatori nella parte più delicata, ossia il supporto nella valorizzazione dei risultati delle attività di ricerca scientifica quali la definizione di un business plan e l’accompagnamento all’impresa; Massimo Gentili, fisico della materia con lunga carriera tra ricerca e impresa (CNR, Pirelli, STM, Fondazione FBK, etc); infine, Salvatore Majorana, già Direttore del Technology Transfer di IIT e attuale direttore di Kilometro Rosso, di recente nominato da Forbes tra i 20 innovatori in Italia.

In secondo luogo, nella valutazione di un investimento, ci aspettiamo di vedere una strategia brevettuale di tutela dell’invenzione che sia chiara e ben definita. In parallelo al brevetto, è necessario accertarsi che il know-how relativo sia effettivamente accessibile da parte della costituenda società e che vi sia un team articolato, con le competenze tecnico-scientifiche ma anche con competenze di natura più gestionale/imprenditoriale. Infine, il mercato: non ci spaventa che la tecnologia o l’idea debba ancora avanzare in termini di “maturazione tecnologica” (il cosiddetto TRL, Technology Readiness Level), e che quindi sia lontana dal momento della vendita; ma devono essere chiari per lo meno l’utilizzo e le relative applicazioni che possono derivare dalla tecnologia finanziata da parte dei vari settori industriali.

Eureka! rappresenta così una “cinghia di trasmissione” tra l’eccellenza della ricerca scientifica che oggi abbiamo in Italia e il mercato finale (tipicamente delle aziende industriali), per colmare quel vuoto del processo di innovazione che non permette alle tecnologie promettenti di diventare prodotto, per attraversare cioè quella fase definita “death valley”.

State perfezionando nuovi investimenti? Puoi anticiparci qualcosa?

Eureka! Fund I cerca iniziative in ambito materials science, anche nella modalità di proof of concept, ossia investimenti per far avanzare la tecnologia da cui possono poi – eventualmente – nascere uno spin-off o una startup. Sono innovazioni su nuovi materiali oppure su applicazioni e processi produttivi abilitati grazie ad una nuova ingegneria su materiali noti.

Il bello dell’innovazione “materials-based” è che è davvero trasversale e applicabile a tutti i settori industriali: vanno dall’energy, al life science alla mobilità sino all’edilizia. E quasi tutte queste innovazioni hanno un profondo e positivo impatto in termini di sostenibilità ambientale. Pensiamo a biomateriali derivanti da scarti alimentari per applicazioni nella cosmesi o da lavorazioni industriali per applicazioni nell’alimentare e nel packaging, additive manufacturing per l’industria del cemento, plastica biodegradabile. Ad oggi abbiamo già investito in metamateriali con elevate capacità di assorbimento di rumori e vibrazioni, in elettronica stampabile su supporti polimerici con applicazioni che vanno dal packaging al tessile, in medical device, basati su nanotecnologie, per il controllo del dolore cronico.

Che impatto hanno sulla vita di ogni giorno e sul tessuto industriale le innovazioni disruptive su cui investite? 

Il deep tech ha in generale un profondo impatto, grazie alla sua stessa capacità intrinseca di rivoluzionare mercati e tecnologie. I materiali, nello specifico, possono davvero cambiare la nostra vita, in meglio: contribuiscono a risolvere problemi fondamentali del nostro mondo, servono per fare prodotti più efficienti, sostenibili, meno costosi e con performance migliori, uniche e nuove rispetto a quanto oggi noto. Basta vendere anche in questi tempi di pandemia, le numerose innovazioni che vanno dai materiali con cui vengono fatti i filtri delle mascherine sino alla stampa 3d con cui sono stati realizzati componenti dei respiratori per le terapie intensive.

In Europa gli advanced materials sono noti come KET, Key Enabling Technologies, al pari del biotech, nanotech, advanced manufacturing, microelettronica e fotonica, perché sono di fatto delle tecnologie abilitanti rispetto a innumerevoli processi industriali e altre tecnologie già in uso o ancora da scoprire. Come dicevo, la caratteristica distintiva dell’innovazione nei materiali è poi la trasversalità dei settori: per esempio non è infrequente che una certa innovazione su un materiale possa essere trasferita da un settore industriale ad un altro.

Per sostenere il trasferimento tecnologico l’Italia ha sviluppato una rete di competence center. Qual è il vostro rapporto con questi soggetti? Ci sono difficoltà? Se sì, come potrebbero essere superate?

La parola d’ordine che in Italia sentiamo da sempre, oggi più che mai importante, è quella di riuscire a fare davvero sistema. Gli otto competence center possono essere un formidabile processo di accelerazione di politiche di trasferimento tecnologico, anche nell’ambito della digitalizzazione delle nostre imprese, a patto però che siano in grado di declinare progetti operativi e investimenti in tempi rapidi. Dialoghiamo ovviamente con i soggetti che sono più vicini, in termini di specializzazione, alle nostre attuali strategie di investimento, per creare quegli ecosistemi industriali e finanziari dell’innovazione auspicati dalla stessa Commissione UE. Il tutto in attesa del Recovery Plan, che potrà rappresentare un ulteriore abilitatore dei processi in corso di trasferimento tecnologico.

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In Italia molte PMI non investono nella tutela della proprietà intellettuale sia per mancanza di conoscenza che di fondi. EUREKA! Venture SGR sostiene le imprese più piccole nel percorso di brevettazione? Se sì, come? Se no, quali sono i vostri consigli/proposte?

Oggi in Italia viviamo una situazione paradossale: la qualità dei nostri ricercatori è indiscussa e a livello internazionale siamo ai primi posti nelle classifiche con gli altri paesi, ad esempio per numero di pubblicazioni per capitali investiti in attività di ricerca e sviluppo; viceversa siamo molto meno bravi a brevettare, per un insieme di cause: dai percorsi di carriere in università che ancora incentivano la pubblicazione scientifica in luogo della brevettazione, alla terza missione degli atenei a cui spesso non vengono assegnate risorse e competenze adeguate alla sfida a cui devono rispondere per condividere con la collettività i risultati delle attività di ricerca scientifica, sino ad un’attitudine ancora troppo poco “imprenditoriale” da parte dei nostri ricercatori. 

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In Eureka! siamo profondamente convinti che una adeguata strategia di difesa della proprietà intellettuale sia fondamentale nel percorso di sviluppo di una startup deeptech, che fonda la propria capacità distintiva proprio sulla scienza e la tecnologia abilitante l’idea stessa di business in cui il fondo poi investirà denari. E’ questo il primo aspetto su cui il team Eureka! si concentra: grazie alle competenze interne, riusciamo a fare la prima valutazione di solidità del brevetto e della strategia generale di tutela adottata, rimandando poi al supporto di consulenti esperti in caso per esempio di ricerche di anteriorità o analisi specifiche di “freedom to operate”. In alcuni casi abbiamo anche aiutato i team degli spin-off  universitari e dei centri di ricerca a negoziare con l’ente di appartenenza un adeguato contratto di cessione o di licenza di sfruttamento commerciale del brevetto. Da un punto di vista dell’investitore finanziario, è poi preferibile che la società in cui si investe abbia la piena proprietà del brevetto, il che consente per esempio di essere anche più sereni sulla delicata parte relativa al “foreground Ip”, ossia la proprietà intellettuale nascente che si “aggiunge” nel corso del progetto stesso, magari realizzato con personale dell’università o centro di ricerca di origine che lavora anche nello spin-off.

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Dal prossimo anno il venture capital diventerà parte integrante dell’approccio della Commissione europea ai fondi per ricerca e innovazione all’avanguardia. Cosa ne pensi? E ritieni che l’Italia dovrebbe seguire la scia di Bruxelles (e se sì, come)?

Vero, al momento se sommiamo gli investimenti complessivi in ricerca e sviluppo di imprese, Stato, università e non profit raggiungiamo i 23,8 miliardi di euro, pari all’1,38% del Pil. La percentuale è bassa sia rispetto alla media della zona euro (2,15%) sia nel confronto diretto con le altre grandi economie industriali d’Europa: in Germania la spesa per R&S ha raggiunto il 3% del Pil, in Francia il 2,2%. Lo stesso Consiglio nazionale della Ricerche ricordava di recente che nel mondo della R&S l’Italia è un’anomalia: è tra le principali nazioni industrializzate pur investendo poco in ricerca e sviluppo, sia in valore assoluto che in rapporto al Pil. Quindi ben vengano i 15 miliardi di finanziamento dell’università e ricerca in 5 anni recentemente promessi dal Ministro Manfredi. Speriamo solo siano “spesi” non a pioggia su tutti ma con una logica di focalizzazione sulle nostre vere eccellenze. 

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D’altronde ricerca e innovazione sono diventate una priorità assoluta nell’agenda politica della comunità europea, anche nel sostenere sforzi per portare soluzioni innovative dal laboratorio al mercato, per essere leader nelle tecnologie chiave e contribuire con la nostra ricerca di soluzioni alle sfide della società. Si pensi all’European Innovation Council, che partendo dall’esperienza di Horizon 2020 oggi si pone come strumento con un obiettivo da oltre 10 miliardi di euro per supportare, sia nella forma di grants che di investimenti in equity, innovatori, scienziati, imprenditori e piccole imprese che abbiamo idee con un focus su “breakthrough & deep tech innovation”, ossia tecnologie emergenti e con vocazione fortemente innovativa.  

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Quello che noi possiamo fare in Italia è di stimolare il “pubblico” a continuare a giocare la parte dello “Stato Innovatore” e anche un po' “imprenditore”, in grado di indirizzare le grandi aree di ricerca scientifica e tecnologica da un lato e supportare dall’altro la nascita di strumenti finanziari evoluti quali il Fondo Nazionale Innovazione sotto la regia di CDP, che oggi è operativo e con un ambizioso piano strategico che mira a mobilitare un miliardo di investimenti nella filiera delle startup, che va dagli acceleratori e incubatori universitari sino al supporto ai fondi di early stage e al technology transfer delle università e dei centri di ricerca scientifica del Paese.

Senza contare i 500 milioni di euro che il Governo ha allocato proprio sulla filiera del trasferimento tecnologico, attraverso una Fondazione di nuova costituzione, Enea Tech. Alla cui presidenza, guarda a caso, è stata indicata una scienziata dei materiali, dott.ssa Anna Tampieri.

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