Fondi europei: quantita' e qualita' della spesa in Italia

 

Euro coinsImpieghi lenti, organici insufficienti, frammentarietà degli investimenti, carenza di infrastrutture, incapacità di programmare, di spendere. Questi sono alcuni dei pareri che arrivano dal mondo economico e politico italiano, di fronte alla difficoltà di sfruttare appieno, in termini di quantità e qualità, i Fondi che la Commissione Europea mette a disposizione per rilanciare la crescita del Paese.

Molti dati provenienti da fonti differenti confermano questa tendenza, evidenziando come, anche laddove impiegate, l'utilizzo delle risorse sia spesso improprio.

«La crescita del Pil pro capite nelle aree Obiettivo 1 del Mezzogiorno è stata non solo lievemente minore di quella italiana, ma soprattutto molto inferiore a quella delle restanti regioni Obiettivo 1 dell'Europa», certifica la Corte dei Conti. Nel corso degli anni, infatti, i fondi speciali Ue hanno smarrito la loro funzione aggiuntiva, finendo per sostituire porzioni di spesa ordinaria che lo Stato italiano non è riuscito a garantire, perdendo progressivamente di vista le finalità originarie della programmazione a sostegno delle aree deboli.

L'ultimo resoconto emerso in un recente incontro tra il Ministro per i Rapporti con Regioni e per la Coesione sociale, Raffaele Fitto, e i Governatori regionali parla di quasi 6 miliardi di spese (8 includendo anche il Centro-Nord) da certificare entro il prossimo 31 dicembre, una cifra pari a quasi un settimo del programma comunitario 2007-2013.
Per evitare, dunque, che tali risorse tornino a Bruxelles, da un lato, uno degli ultimi decreti attuativi del federalismo fiscale ha anticipato le linee generali della nuova politica di coesione europea, dall'altro il Governo ha avviato una riprogrammazione generale delle risorse fin qui inutilizzate e ha messo in atto un progressivo accentramento della governance, fissando scadenze rigorose in corso d'anno per rispettare il target.

La Ragioneria dello Stato, nell'ultimo bilancio sullo stato di attuazione aggiornato al 31 dicembre 2010, ha segnalato dei progressi, ma anche che al Sud i pagamenti relativi ai 43,6 miliardi della programmazione 2007-2013 (tra fondi comunitari e cofinanziamento nazionale) si fermano al 9,6% e gli impegni al 18,8.
I dati variano molto in base al programma, ma sulla spesa emergono in negativo il 2,4% della Campania e il 3,7% della Sicilia sul fondo Fse, e il 6,6 e il 7,7% delle stesse regioni sul fondo Fesr.
Leggermente più confortanti due dei programmi che coinvolgono direttamente anche i ministeri, cultura-turismo (8,7%) ed energie rinnovabili (8,8%).

La Banca d'Italia ha rilevato che «l'insieme delle risorse in conto capitale aggiuntive è di poco superiore al 5% dell'intera spesa pubblica nel Mezzogiorno. Se la restante parte della spesa pubblica, in larga misura corrente, produce risultati insoddisfacenti nei servizi essenziali (istruzione, giustizia, sanità, eccetera) le politiche regionali hanno poca possibilità d'incidere significativamente sullo sviluppo delle aree in ritardo».
Sebbene, infatti, alla fine degli anni '90 il Governo fissò dei traguardi molto precisi, secondo i quali al Sud sarebbe dovuta andare il 45% della spesa in conto capitale (tra risorse ordinarie, Ue e Fas), negli anni successivi il target è stato puntualmente disatteso, a danno, ovviamente, dell'efficacia stessa delle politiche di coesione.

Anche il Fondo per le aree sottoutilizzate - Fas, partito nel 2007 con 53,7 miliardi di risorse allo scopo di sostenere la spesa per investimenti nel Mezzogiorno insieme ai fondi europei, presenta le stesse problematiche: in questi anni, allo sviluppo del Sud e alla riduzione del dualismo economico italiano, infatti, è andato ben poco, a causa, sia dei piani delle Regioni, considerati dal Governo troppo dispersivi e di bassa qualità, sia del dirottamento dei fondi su altri fronti.

Pertanto la quota dei fondi Fas delle Regioni meridionali è stata ridotta da 17,1 a 15,4 miliardi, mentre la quota nazionale (24,66 miliardi) è stata ripartita fra 45 voci destinate in molti casi a contrastare le emergenze economiche e del territorio, e non a quelle specifiche del Sud.

I dati regionali sul programma 2000-2006, nonchè su quello 2007/2013 sono allarmanti infatti:

  • sul primo lo stato di avanzamento economico è fermo al 38,2% (per il Centro-Nord il dato è il 65,5%); questo significa che, ormai prossimi alla fase finale del programma successivo, non si riescono a realizzare progetti avviati 11 anni fa;
  • sul secondo nessun piano regionale ha mai avuto il via libera del Cipe, con l'eccezione del piano Sicilia (4,3 miliardi), prima approvato e poi bloccato.

Per quanto riguarda il Fas nazionale, i 45 interventi finanziati finora con 23,84 miliardi di euro (restano da distribuire 777 milioni) sono accorpabili in tre grandi capitoli di spesa:

  • 4 miliardi per il fondo degli ammortizzatori sociali,
  • 12,356 miliardi per il fondo infrastrutture,
  • 8,3 miliardi al fondo per lo sviluppo economico collocato presso palazzo Chigi.

Il ministro dell'economia, Giulio Tremonti, ha considerato, dunque, i fondi Fas come un tesoro da usare in funzione anti-crisi, così da non compromettere i conti pubblici e dare una boccata di ossigeno all'economia, considerando che, altrimenti usati, si sarebbero arenati per le note problematiche.

Dal mondo imprenditoriale, arriva l'interessante testimonianza di Giorgio Sangalli, presidente del Sangalli group di Susegana (Treviso), operante nel settore del vetro piano, un imprenditore del Nord trasferitosi in Puglia a fine anni '90 attratto dalla promessa di sussidi.
L'imprenditore parla dei vantaggi che in quel periodo comportava investire a Manfredonia: contratti d'area, terreno su cui costruire a costi bassi, porto industriale disponibile, manodopera abbondante.

Decine sono state le aziende attratte negli anni con un mix di contributi della legge 488 e del Quadro comunitario di sostegno europeo (fondi Fesr) mirati al recupero dell'area industriale, ma «i contratti d'area, va detto, in molti casi non hanno funzionato e si ricordano oggi per un lungo elenco di aziende fallite, che hanno dismesso anticipatamente gli investimenti o che non li hanno mai attivati, che in alcuni casi hanno commesso frodi, su cui indaga la Guardia di finanza, solo per intascare contributi pubblici. L'esperienza della Sangalli è diversa, ma comunque segnata da difficoltà.

Continua il presidente: «A Manfredonia abbiamo messo su un centro gioiello dove, oltre al "vetro piano" di base, produciamo vetro stratificato di sicurezza, vetro per il risparmio energetico e abbiamo una linea per il prodotto satinato. Abbiamo investito 160 milioni con 260 lavoratori, senza contare l'azienda di trasformazione che abbiamo ceduto in fitto d'azienda», però «i fondi sono stati erogati in ritardo di un paio d'anni. Ma soprattutto la logistica e i costi di trasporto, che per noi sono vitali, continuano a essere drammatici. La nostra vicenda testimonia una cosa molto semplice: i contributi a fondo perduto possono essere molto allettanti ma servono a poco se intorno non ci sono infrastrutture, non c'è un contesto favorevole».

A proposito di infrastrutture, conclude sottolineando che, a distanza di 12 anni, il porto industriale è rimasto incompiuto, mentre il raccordo ferroviario non è stato neanche avviato. Nonostante tutte queste criticità, «Che faccio, dalla sera alla mattina sposto in Romania uno stabilimento che produce vetro con un forno che è costruito mattone su mattone? Si resta, anche a queste condizioni, fino a quando ce la faremo».

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