Fiera di Tripoli: opportunita' per le imprese nella Giamahiria libica

 
"Vogliamo che il nostro piano di sviluppo industriale sia italiano": Con queste parole l'Ambasciatore libico in Italia, Abdulhafed Gaddur, ha espresso pubblicamente, nelle ultime ore, la volontà di rinsaldare i legami commerciali con l’Italia. Il primo grande banco di prova è rappresentato dalla Fiera internazionale di Tripoli, dal 2 al 12 aprile 2009, la rassegna annuale dedicata ai settori dei beni strumentali, dei beni di consumo durevoli e di largo consumo.

Le imprese italiane interessate hanno tempo fino al 5 dicembre per inviare all’Ice la loro pre-adesione. L’Istituto per il commercio estero prevede una partecipazione nutrita da parte delle nostre aziende e per l’occasione si appresta a predisporre, come di consueto, un ampio padiglione italiano.

Fiera di Tripoli stand ICEDopo oltre tre lustri di isolamento, la Libia sta dimostrando un forte interesse e una crescente, seppur graduale apertura verso l’Occidente. Il primo passo ha coinciso nel 2000 con la sospensione dell’embargo e con la sua definitiva eliminazione nel settembre 2003, prima da parte dell’ONU e poi, nel 2004, degli Stati Uniti. Il processo di riavvicinamento è proseguito con la storica visita di Muammar Gheddafi a Bruxelles nell’aprile 2004, ma la vera e propria svolta risale al 2006, quando gli USA hanno eliminato la Libia dalla “lista nera” dei Paesi dediti al terrorismo internazionale.

Proprio in questi giorni il presidente uscente degli Stati Uniti, George W. Bush, ha telefonato al leader libico per discutere dei nuovi rapporti fra i due paesi e per esprimere soddisfazione riguardo alla chiusura definitiva del “doloroso capitolo” dell'attentato al volo Panam avvenuto a Lockerbie, in Scozia, nel 1988.  

Decisivo, nei rapporti politico-economici tra Italia e Libia, l’accordo firmato il 30 agosto 2008 dal presidente del Consiglio Italiano, Silvio Berlusconi, ed il colonnello Gheddafi, che stabilisce un pagamento, da parte italiana, di 250 milioni di dollari americani all’anno, per i prossimi 20 anni, che finanzieranno “infrastrutture di base”, richieste dal governo libico, realizzate esclusivamente da aziende italiane. 

Dopo decenni di distacco, la Libia punta oggi sulla sua collocazione geografica strategica, con l’affaccio sul Mediterraneo ed una fascia costiera di oltre 2.000 Km, ma anche su una popolazione giovane e ben scolarizzata e su un tenore di vita medio tra i più alti dell’Africa. Non meno importante risulta la vicinanza geografica e commerciale con i paesi della regione Subsahariana, da cui proviene peraltro gran parte dell’immigrazione clandestina in Italia.

Tuttavia, il fulcro dell’economia resta la grande dotazione di risorse naturali (gas, petrolio e acqua geologica scoperta nel sottosuolo desertico) sulle quali la Libia fonda da sempre il proprio sistema. Basti pensare che il petrolio ed il gas contribuiscono per il 95% alle esportazioni del Paese, per il 72% al prodotto interno lordo e per il 93% alle entrate di bilancio dello Stato. 

Dal punto di vista economico, nel paese vige un regime accentrato, in cui le scelte di investimento e di consumo sono effettuate nei limiti del budget fissato annualmente dalle autorità. A partire dalla rivoluzione del 1969, con la caduta del re Idris, il sistema politico libico, unico nel panorama internazionale, si definisce come “Jamahiria”. Tale sistema, che si caratterizza per l’assenza di partiti politici ed ha il suo cardine nel “libro verde”, redatto nel 1976 dallo stesso Gheddafi. Principio ispiratore, un sincretismo tra socialismo e religione musulmana.

Fiera Tripoli ingressoLa presenza dello Stato nell’economia è di conseguenza ancora rilevante, ma il settore privato è in forte crescita e questo favorirà nei prossimi anni interessanti opportunità per le piccole e medie imprese italiane. Il turismo si sta rivelando un altro settore propulsivo su cui investire per un vero rinnovamento sul fronte economico, culturale e sociale. La Libia dipende quasi totalmente dalle importazioni e pertanto la bilancia commerciale risulta dipendente dal prezzo del greggio e del gas, unico prodotto del Paese. I principali partner commerciali sono i Paesi UE, Italia in testa, i paesi del Maghreb, gli Emirati Arabi, la Turchia e la Cina.

Per quanto riguarda gli investimenti italiani in Libia, la situazione è ancora  difficile. Tenuto conto della complicata situazione giuridica e politica del Paese, sono poche le pmi italiane che si avventurano su questo mercato, a causa dell’incertezza del diritto e della burocrazia, nonché di alcune leggi che non garantiscono sufficientemente gli investitori esteri. Tuttavia negli ultimi tempi qualcosa sta cambiando ed alcune Pmi italiane stanno coraggiosamente investendo in Libia anche se con importi ancora modesti.

Questi i settori prioritari per le esportazioni italiane:

  • meccanizzazione agricola (agricoltura, zootecnia e pesca),
  • catena del freddo,
  • macchine per imballaggio e confezionamento, per la lavorazione del marmo, per la lavorazione dei metalli, per la lavorazione della plastica e per il legno,
  • infrastrutture, servizi turistici,
  • telecomunicazioni,
  • mobili, abbigliamento e beni di consumo,
  • materiali e macchinari per l’edilizia,
  • prodotti alimentari.

Determinanti, per le future scelte economiche, saranno anche la stabilità interna del paese e i rapporti con la nuova presidenza statunitense, oltre che il progressivo allontanamento della Libia dall’asse dei paesi fondati sull’integralismo.
(A.F.)

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