Politica Coesione post 2020: le questioni chiave per la commissione REGI

 

Parlamento UE - Photo credit: Melanie Wenger © European Union 2019 - Source: EPUno studio presentato in commissione Sviluppo regionale al Parlamento europeo individua una serie di nodi critici per il futuro della Politica di Coesione che gli eurodeputati dovranno tenere a mente nel negoziato con il Consiglio sui fondi UE post 2020.

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La posizione sulla Politica di Coesione votata in plenaria dal Parlamento UE nella scorsa legislatura costituisce la base per i negoziati degli eurodeputati neoeletti con gli Stati membri, non appena il Consiglio sarà pronto ad avviare i triloghi. Molti dei temi al centro delle preoccupazioni del Parlamento corrispondono alle questioni strategiche segnalate dallo studio presentato martedì in commissione Sviluppo regionale (REGI).

La proposta della Commissione UE e la posizione del Parlamento

La proposta per la Politica di Coesione 2021-2027 presentata nel maggio 2018 dalla Commissione europea risponde infatti solo in parte alle aspettative di riforma degli eurodeputati.

La proposta della Commissione per la Politica di Coesione post 2020

L'Esecutivo UE ha operato una semplificazione dell'impianto generale della Politica regionale, riducendo gli obiettivi tematici da 11 a 5 e prevedendo un unico regolamento per i fondi europei implementati attraverso la gestione condivisa, contenente le disposizioni comuni per Fondo di coesione (FC), Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca (FEAMP), Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR), Fondo sociale europeo Plus (FSE+), Fondo Asilo e migrazione (FAMI), Strumento per la gestione delle frontiere e i visti (BMVI) e Fondo per la Sicurezza interna (ISF).

La scelta di escludere il Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (FEASR) dal regolamento, tuttavia, non è piaciuta agli eurodeputati, secondo cui in questo modo si potrebbe ostacolare l'unitarietà delle strategie e degli interventi tra Politica di Coesione e Politica Agricola Comune (PAC), così come non convince la poca coerenza tra il FESR e il FSE Plus, che nella proposta della Commissione sembrerebbe troppo orientato a livello nazionale.

Anche il rafforzamento del legame tra la Politica di Coesione e il Semestre europeo preoccupa gli eurodeputati: la previsione di una condizionalità macroeconomica che potrebbe bloccare l'accesso ai fondi UE da parte degli Stati membri che non adottano misure adeguate nel contesto di eventuali procedure per squilibri macroeconomici eccessivi finirebbe per privare del sostegno agli investimenti proprio i Paesi in maggiore difficoltà economica.

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Nei fatti il meccanismo è però già partito: la Commissione ha infatti utilizzato l'ultimo ciclo del Semestre europeo per presentare la propria analisi sulle disparità regionali e sulle esigenze finanziarie di ciascun Paese che dovrebbero dettare le priorità della Politica di Coesione degli Stati membri. Di conseguenza, ha spiegato il direttore generale della DG Politica regionale e urbana Marc Lemaître durante il dibattito in commissione, nelle Relazioni per Paese è stato inserito un allegato che indica le priorità individuate e che i Governi stanno utilizzando per progettare la prossima programmazione dei fondi UE, con l'obiettivo di adottare i Programmi operativi per la fine del prossimo anno e avviarli dal 1° gennaio 2021.

Le questioni chiave secondo lo studio

Molti di questi temi ritornano nello studio sulla Politica di Coesione post 2020 presentato in commissione REGI, che individua diverse questioni di rilievo per il lavoro degli eurodeputati.

La prima è di carattere generale: a differenza del ciclo attuale, che traduce nel bilancio UE gli impegni della strategia Europa 2020, la nuova programmazione dei fondi europei non si basa su un quadro unitario con obiettivi condivisi. Secondo gli autori il PE dovrebbe quindi incoraggiare un approccio più strategico che orienti la pianificazione della Politica di Coesione a livello dell'Unione, nazionale e subnazionale.

A mettere a repentaglio la coerenza tra i programmi operativi, anche secondo gli autori, sarebbero però soprattutto la separazione del FEASR dai fondi strutturali e di investimento europei (SIE) e il fatto che il nuovo FSE+ sia sempre più concentrato sull'ambito nazionale.

Tra l'altro, aggiungono, la resistenza del Consiglio a basare anche la programmazione 2021-2027 su un Accordo di partenariato “efficace a pieno titolo" potrebbe ostacolare la cooperazione - verticale tra i vari livelli di governo e orizzontale, a tutti i livelli, tra gli attori pubblici, privati e del terzo settore - che finora è stata la base per la costruzione dei Programmi operativi.

E il rafforzamento del collegamento tra il processo del Semestre europeo e la Politica di Coesione potrebbe spingere ulteriormente in direzione di una programmazione modellata sulle esigenze di riforma nazionali individuate dalla Commissione UE e segnalate quali priorità di investimento nelle Relazioni per paese. Il pericolo è quindi di trascurare le sfide dello sviluppo territoriale, che dovrebbero invece essere al centro della Politica regionale dell'Unione.

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Restano poi da risolvere i deficit in termini di semplificazione e comunicazione. Da una parte, gli autori ritengono che le proposte della Commissione europea per il periodo 2021-2027 non siano sufficienti per fare una differenza significativa in termini di spese amministrative e di riduzione dei carichi burocratici, soprattutto per le Autorità di gestione. Dall'altra, servono maggiori sforzi per rendere i cittadini più partecipi e consapevoli dei benefici collegati ai progetti finanziati dai fondi UE.

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Photo credit: Melanie Wenger © European Union 2019 - Source: EP

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