La lezione dei PSR 2007-2013 e la PAC post 2020

 

Agricoltura - Foto di Konevi da Pixabay Superata la metà della programmazione FEASR 2014-2020, un rapporto del CREA propone un'analisi dei risultati dei PSR 2007-2013, per capire cosa ha funzionato e cosa no e suggerire alcune indicazioni in vista della PAC 2021-2027.

Politica Agricola Comune – a che punto e' la spesa dei fondi PSR

La Politica di sviluppo rurale 2007-2013, spiega infatti il rapporto realizzato nell'ambito del Programma Rete rurale nazionale, ha introdotto una serie di novità che sono state confermate sia nella programmazione in corso che nella proposta della Commissione UE per la PAC 2021-2027.

Alcuni di questi strumenti si sono rivelati efficaci, come il coinvolgimento del partenariato socio-economico nella gestione dei programmi e la cooperazione settoriale e territoriale; altri aspetti, come la frammentazione della spesa pubblica su troppe misure e l'eccessiva concentrazione del sostegno sul miglioramento dell’agricoltura competitiva, a svantaggio degli interventi per lo sviluppo imprenditoriale e territoriale, rischiano di limitare l'efficacia dei PSR anche in questa e nella prossima programmazione del Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (FEASR).

I problemi nell'attuazione dei PSR 2007-2013

Oltre ai noti problemi relativi alla macchina amministrativa, alla formazione del personale e alla complessità nella definizione dei sistemi di monitoraggio e controllo, parte delle difficoltà riscontrate nella scorsa programmazione, spiega il rapporto, sono state collegate alla crisi finanziaria intervenuta tra il 2008 e il 2009, che ha ridotto la capacità di cofinanziamento di alcuni Stati membri e la partecipazione ai bandi degli Enti locali alle prese con l’applicazione del Patto di stabilità.

Inoltre, con la contrazione del credito bancario è diventato più difficile per i beneficiari del FEASR ottenere finanziamenti per completare gli investimenti avviati grazie al sostegno del PSR e per gestire i lunghi tempi di attesa per il saldo, finendo per scoraggiare la partecipazione ai bandi.

Insieme al carico economico, per la necessità di anticipare con risorse proprie i fondi necessari a realizzare gli investimenti, a limitare l'interesse delle imprese è stato l'eccessivo carico burocratico per l'accesso ai finanziamenti, a causa di processi amministrativi e valutativi non standardizzati, regole poco chiare e a volte modificate in corso di attuazione.

Per evitare il disimpegno automatico dei fondi UE le Regioni hanno quindi manifestato la tendenza a concentrare le risorse su poche misure, andando a modificare più volte i documenti di programmazione per rimodulare gli stanziamenti e finendo per allungare ulteriormente i tempi di attesa per i beneficiari. Le misure “a domanda”, come quelli agroambientali, sono state quindi preferite per la maggiore capacità di assorbimento delle risorse, mentre quelle “a bando”, che prevedono procedure più complesse ma permettono di sostenere una vasta gamma di investimenti, sono state penalizzate.

Riflessioni verso la PAC post 2020

La proposta della Commissione europea per la Politica Agricola Comune 2021-2027 prova in parte ad affrontare i limiti degli attuali meccanismi di attuazione a livello comunitario e nazionale, proponendo un nuovo modello per la gestione dei fondi UE, il cosiddetto new delivery model.

La proposta della Commissione per la PAC post 2020

Gli elementi alla base di questo nuovo modello sono tre:

  • la previsione di una strategia unitaria e di un quadro operativo unico a livello UE che mette insieme il I e il II pilastro della PAC per il raggiungimento di obiettivi coerenti,
  • l'adozione di un Piano nazionale per ciascuno Stato membro, che ridefinisce quegli obiettivi nel contesto territoriale e li traduce in misure e azioni,
  • il passaggio da una politica basata sulla compliance ad una orientata al raggiungimento dei risultati.

Secondo il rapporto, la strategia unitaria per i pagamenti diretti e lo sviluppo rurale e i rimborsi collegati ai target raggiunti rappresentano già un primo piano di semplificazione rispetto al quadro attuale. E la delega agli Stati membri, con la conseguente riduzione dei programmi e degli interlocutori, consolida la spinta verso una gestione più snella dei fondi europei.

Per i Paesi con politica di sviluppo rurale regionalizzata, come l'Italia, si pone la sfida di organizzare una governance che tenga insieme il nuovo modello gestionale e le competenze delle regioni, ma in generale il nuovo Piano strategico nazionale viene percepito dagli autori come un'opportunità per sviluppare soluzioni capaci di aumentare l'impatto dei PSR.

Alcune indicazioni in vista della definizione del PSN italiano sono contenute già nel rapporto.

Anzitutto, occorre individuare i fabbisogni reali rispetto agli obiettivi e concentrare gli interventi su specifiche misure, in particolare sulle priorità comuni a tutte le regioni, come il ricambio generazionale, la creazione di filiere competitive ed eque, il benessere animale, la gestione del territorio e del paesaggio.

Il rapporto suggerisce anche di ampliare la gamma di misure affidate alla gestione nazionale rispetto all'attuale PSRN, includendo temi quali le organizzazioni professionali, i regimi di qualità, la progettazione integrata di filiera, e lasciando alle Regioni il compito di attuare gli interventi integrando le disposizioni nazionali con eventuali criteri di selezione specifici e premialità.

Da rafforzare il ruolo delle misure orizzontali di “accompagnamento”, quindi formazione, informazione, consulenza, assistenza tecnica, mentre per semplificare le fasi successive all’ammissione a finanziamento del progetto servono regole certe e standardizzate.

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Foto di Konevi da Pixabay 

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