Politica Coesione – spendere tutti i fondi UE non è sinonimo di efficacia

 

Fondi europeiUtilizzare i fondi europei non dovrebbe divenire un fine in sé, a prescindere dai risultati. E' il monito lanciato dalla Corte dei Conti europea con la sua ultima relazione sulla Politica di Coesione.

La proposta della Commissione per la Politica di Coesione post 2020

Il dibattito sui fondi europei si concentra spesso sul tema della capacità degli Stati membri di impiegare in tempo le risorse assegnate. L'assorbimento dei fondi in sè non è però garanzia di un buon utilizzo. Anzi, secondo la Corte dei Conti UE, talvolta le amministrazioni cercano di recuperare i ritardi nella partenza dei Programmi operativi accelerando la spesa anche a prescindere dalle performance.

Il monito della Corte arriva a distanza di pochi giorni da un'altra relazione dei giudici di Lussemburgo di tono analogo, secondo la quale anche le procedure di selezione dei progetti da parte delle Autorità di gestione continuano ad essere improntate alle realizzazioni e alla spesa più che ai risultati, e le carenze nel monitoraggio rendono difficile valutare in quale misura i finanziamenti europei abbiano contribuito al raggiungimento degli obiettivi dell’Unione e degli Stati membri.

Corte Conti UE – Politica coesione poco attenta ai risultati

L'effetto a catena dei ritardi in fase di adozione

I fondi europei per la Politica di Coesione vengono assegnati anticipatamente agli Stati membri per un periodo di spesa di sette anni e messi a disposizione tramite stanziamenti di bilancio annuali che devono essere utilizzati entro un determinato arco di tempo.

Analizzando le spese sostenute nel periodo 2007-2013 e le azioni intraprese dagli Stati membri con il sostegno della Commissione UE per aumentare l'assorbimento dei fondi europei laddove erano stati individuati problemi, gli auditor della Corte hanno rilevato che i ritardi nell’adozione del quadro normativo e nell'attuazione dei piani di spesa spingono spesso le amministrazioni nazionali ad utilizzare rapidamente i fondi, talvolta a scapito della performance.

L'analisi ha messo a confronto la Politica di Coesione 2007-2013, che poteva contare su una dotazione pari a 346 miliardi di euro, con l’andamento della spesa nei periodi 2000-2006 (budget da circa 261 miliardi di euro) e 2014-2020 (365 miliardi di euro).

Nel corso dell'indagine sono state effettuate visite di audit in quattro Stati membri - Repubblica Ceca, Ungheria, Italia e Romania – che hanno permesso di verificare l'impatto dei ritardi nell'adozione del quadro normativo della Politica di Coesione sui tempi di avvio e di approvazione dei Programmi operativi. Questi ritardi, riscontrati tanto nella  programmazione 2007-2013 quanto in quella in corso, hanno generato un effetto a catena sull’impiego dei fondi, rallentando la spesa nel periodo scorso e ancora di più nel ciclo 2014-2020.

In più, dal momento che i due periodi di programmazione si sovrappongono, gli Stati membri all'avvio della nuova programmazione stavano ancora spendendo i fondi del periodo precedente.

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La spesa dei fondi UE non è un fine in sè

A fronte di questa situazione gli interventi della Commissione e dei Paesi UE hanno avuto spesso un impatto positivo sull’assorbimento delle risorse, basti pensare alle task force attivate in Italia per accelerare l'utilizzo dei fondi nelle Regioni del Mezzogiorno. I Programmi operativi sono stati rivisti, i progetti suddivisi in più fasi e parte dei finanziamenti UE sono stati dirottati su progetti già finanziati a livello nazionale, portando a un netto aumento della spesa.

Secondo la Corte gli interventi della Commissione sono stati però tardivi: le task force infatti sono state istituite solo a fine 2014. E soprattutto la corsa contro il tempo per evitare il disimpegno automatico e il ritorno dei fondi a Bruxelles ha spinto a trascurare il tema dell'efficiacia.

Alcune delle misure messe in campo guardano più all’assorbimento dei fondi e al rispetto delle norme che al conseguimento di risultati, e il ricorso frequente alla revisione dei Programmi operativi getta un'ombra sulla validità delle analisi iniziali su cui si era basato il processo di programmazione dei fondi. Tra l'altro, il numero ridotto di informazioni fornite dagli Stati membri sulle misure utilizzate per recuperare la spesa non permette alla Commissione di trarre conclusioni sull'impatto effettivo di quanto finanziato.

“È fondamentale evitare di dover utilizzare frettolosamente importi ingenti alla fine di un periodo di programmazione, in quanto si rischierebbe di non tenere in debita considerazione l’uso ottimale delle risorse. L’impiego dei fondi diviene un fine di per sé, anziché un mezzo per conseguire obiettivi strategici,” ha commentato il membro della Corte responsabile della relazione, Henri Grethen.

Da qui alcune raccomandazioni alla Commissione, preziose soprattutto in vista della Politica di Coesione post 2020, la cui partenza sarà condizionata dal fatto che il negoziato sul prossimo Quadro finanziario pluriennale verrà probabilmente interrotto dal rinnovo delle istituzioni europee e ripreso nella nuova legislatura.

Secondo la Corte l'Esecutivo UE dovrebbe anzitutto proporre un calendario per fare sì che l’attuazione dei Programmi operativi possa cominciare all’inizio del periodo di programmazione. La Commissione dovrebbe poi monitorare l’assorbimento dei fondi e assicurarsi che le revisioni dei Programmi si basino su una valutazione solida ed esaustiva, con una forte attenzione ai risultati.

Relazione speciale Corte dei Conti UE

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