Conferenza Rome MED 2019: tra i temi anche lo sviluppo economico

 

Rome Med 2019: Photocredit: Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione InternazionaleE’ stata inaugurata oggi dal Ministro degli Esteri Luigi Di Maio la quinta edizione della Conferenza Rome MED - Mediterranean Dialogues. Al centro della due giorni di incontri, i temi per lo sviluppo del Mediterraneo. Non solo sicurezza e flussi migratori, ma anche un'agenda per la crescita economica, gli investimenti e le infrastrutture nella regione.

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Si apre oggi la Rome MED 2019, l’evento internazionale giunto alla sua quinta edizione e promosso dal Ministero degli esteri (MAECI) in collaborazione con l’ISPI (Istituto italiano per gli studi di politica internazionale). Due giorni di dibattiti e incontri con la partecipazione di oltre 1.000 partecipanti tra capi di stato, ministri degli esteri, imprenditori ed accademici di oltre 50 paesi che si confronteranno su quattro tematiche:

  • Shared security;
  • Shared prosperity;
  • Migration;
  • Culture and civil society.

Tra gli interventi attesi in questi due giorni anche quello di Paolo Gentiloni, neo commissario europeo all’economia che nel 2015, nelle vesti di allora ministro degli Esteri, lanciò la prima edizione del MED. A chiudere la kermesse sarà domani il Premier Giuseppe Conte.

Investimenti, export e energia: gli obiettivi economici dell’Italia nel Mediterraneo

Gli interessi dell’Italia nel Mediterraneo sono numerosi. Se la sicurezza è indubbiamente in cima all’elenco assieme ai flussi migratori - su cui Di Maio lancia la sfida all’Unione europea identificando quello migratorio come il vero banco di prova dei prossimi anni per l’UE per diventare un attore globale - gli interessi italiani nella regione sono anche economici.

E’ anche su questo tema - lo sviluppo economico - che passa infatti la costruzione di un’agenda positiva e propositiva per rilanciare il Mediterraneo, un capitolo su cui l’Italia può e deve avere un ruolo primario.

Il Mediterraneo rappresenta un mercato di oltre 500 milioni di consumatori ed è un naturale hub strategico-logistico, con i suoi oltre 450 porti che intercettano una parte rilevante delle rotte marittime mondiali. Una vera e propria piattaforma per la connettività tra Europa, Africa e Asia che è, al contempo, anche un hub per la sicurezza energetica.

In tale contesto la presenza italiana nell’area è particolarmente corposa. Sono, infatti, oltre 1.200 le imprese italiane attive nell’area, con un giro di investimenti che nel 2018 si è attestato sui 47 miliardi di euro e che è caratterizzato da forti trend di crescita.

Un asset che va tutelato (l’export complessivo italiano vale il 30% del PIL) ma che, al contempo, rappresenta anche uno strumento di diplomazia per l’Italia. Un punto che Di Maio sottolinea, rivendicando ancora una volta la propria scelta di trasferire le competenze sull’internazionalizzazione al MAECI.

Ma il Ministro degli esteri italiano rimarca con orgoglio anche la firma dell’intesa tra Italia e Cina di marzo 2019, così come la recente adesione italiana alla Indian Ocean Rim Association (IORA) che dimostra l'espansione degli interessi italiani oltre le sponde del Mediterraneo e dove l’Italia intende sviluppare nuove opportunità di partnership su settori come quello della blue economy.

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La cooperazione italiana: un asset su cui puntare

Tra gli altri asset su cui punta il Governo italiano per aumentare e rafforzare la propria presenza nel Mediterraneo e contribuire ad affrontare alcune delle sfide strutturali odierne che interessano l’area, vi è certamente quello della Cooperazione internazionale.

Quello dei flussi migratori, infatti, è un fenomeno strutturale e di lungo periodo, fortemente connesso con il tema dello sviluppo - e del mancato sviluppo - di molti paesi. Agire, quindi, sulle cause profonde delle migrazioni è l'unica soluzione strutturale per affrontare questa sfida e su questo la cooperazione italiana rappresenta uno strumento indispensabile.

Le cifre dell’impegno italiano sul tema sono date sempre da Di Maio. Nel 2018 la cooperazione italiana ha investito 280 milioni nel Mediterraneo e 112 milioni nel Medio Oriente, a cui si aggiungono i fondi impiegati nei Balcani e in Africa.

Oltre ai fondi per l’emergenza umanitaria, la cooperazione italiana è impegnata in tutta una serie di altre iniziative che mirano a sostenere la strada di quei paesi verso lo sviluppo economico, intervenendo su aspetti come l’educazione o l’innovazione tecnologica.

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Il futuro delle infrastrutture nei paesi MENA

Ma non ci sono traffici commerciali, non c’è approvvigionamento energetico e non c’è sviluppo tecnologico se non ci sono infrastrutture. Su questo tema è intervenuto ieri il Sottosegretario Manlio Di Stefano, chiudendo i lavori del Forum “Infrastructure – Stay Connected: Infrastructure As A Tool For Economic Integration In The Mediterranean” nell’ambito dei MED – Mediterranean Dialogues 2019. 

Di Stefano, infatti, ha affermato che l’Italia può avere un ruolo importante nel rafforzare l’integrazione delle infrastrutture energetiche e dei trasporti nel Mediterraneo e nel promuovere la collaborazione tra operatori pubblici e privati ​​di Paesi europei e mediterranei.

Del resto gli investimenti infrastrutturali stimati nei principali paesi MENA nei prossimi anni dimostrano l'importanza che il settore riveste per lo sviluppo dei paesi come:

  • L’Egitto, che entro il 2027 ha programmato oltre 8 miliardi di investimenti nella propria rete stradale a cui si aggiungono, entro il 2050, 12,4 miliardi per i porti e la rete idrica, 10 miliardi per lo sviluppo dell’alta velocità e 1 miliardo per le infrastrutture aeree;
  • Il Marocco che entro il 2030 intende investire 9,6 miliardi di dollari per la rete stradale, 37,5 miliardi per le ferrovie e 7,5 miliardi sui porti;
  • L'Arabia Saudita che con il suo “Vision 2030 program” mette sul tavolo oltre 36 miliardi di dollari per lo sviluppo delle infrastrutture sociali e dei trasporti che dovrebbero movimentare 429 miliardi di investimenti privati.

La capacità di investimenti pubblici nei paesi MENA è, tuttavia, limitata e presenta significative differenze tra i Paesi del Golfo - che possono contare sui profitti petroliferi - e gli altri stati della regione che, invece, non hanno tali ricchezze naturali.

Soprattutto per questi ultimi, quindi, il coinvolgimento di capitali privati diventa indispensabile, ma il processo è rallentato da una serie di criticità che spesso disincentivano gli investimenti privati. Per questo il ruolo delle banche multilaterali di sviluppo come la BEI, la BERS o la Banca Mondiale hanno giocato nella regione un ruolo sempre più rilevante, arrivando ad investire nel 2014-2018 oltre 64,6 miliardi di dollari. Non c’è dubbio, tuttavia, che per poter realizzare gli investimenti infrastrutturali necessari, molti paesi dovranno affrontare e risolvere due aspetti:

  • Creare le condizioni per attrarre investimenti, assicurando un quadro normativo e regolatorio trasparente e stabile;
  • Promuovere una piattaforma per il dialogo regionale in modo da coordinare gli interventi infrastrutturali transregionali, ottimizzando le risorse e la programmazione degli interventi.

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Photocredit: Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale

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