Lavoro - MEF rilancia fondo Ue disoccupazione

 

A quasi un anno dal lancio del progetto, il MEF ripropone l'ipotesi di un Fondo europeo per l’indennità di disoccupazione.

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Ad ottobre 2015 il governo italiano ha proposto la costituzione di un Fondo europeo per l’indennità di disoccupazione (European Unemployment Benefit Scheme, EUBS) che, in caso di crisi particolarmente acute, trasferisca risorse europee ai Paesi colpiti così da garantire un'indennità di disoccupazione pari a circa il 40-50% del salario per 6-8 mesi. Da allora, la proposta è stata oggetto di dibattito tra gli Stati membri in diverse occasioni e sarà discussa nel semestre di presidenza slovacca dell’Unione europea.

In tale contesto, il Ministero dell'Economia e delle Finanze ha riproposto il documento di presentazione dello strumento con delle revisioni formali rispetto al testo originale di ottobre 2015, il tutto accompagnato da chiarimenti su alcuni aspetti precedentemente non trattati e simulazioni sugli ipotetici effetti che l'utilizzo dello strumento avrebbe avuto se fosse stato operativo negli anni dal 1999 al 2015.

Il fondo: ambito di attività, modalita' di accesso e opzioni di finanziamento

Il Fondo europeo per l’indennità di disoccupazione, si legge nel testo aggiornato, dovrebbe essere progettato “nel modo più semplice possibile” e prevedere “gradualità nell'attuazione”. Una volta raccolte le risorse necessarie, lo strumento dovrebbe essere in grado di affrontare situazioni future di shock.

L'attuazione graduale del regime sarebbe “un incentivo ad avviare riforme nazionali e comunitarie che promuovano la mobilità e creino un vero mercato unico del lavoro”. Inoltre, si legge, se opportunamente concepito, lo strumento potrebbe innescare “un progressivo avvicinamento” tra le istituzioni nazionali responsabili delle politiche del lavoro, appianando le principali differenze e disomogeneità tra i diversi sistemi Ue. Lo schema dovrebbe, infine, includere “una struttura di incentivi adeguata a limitare il rischio morale e ad evitare trasferimenti permanenti di alcuni Paesi ad altri”.

Il meccanismo, come studiato dal MEF, dovrebbe prevedere specifici criteri:

  • Ambito: il meccanismo dovrebbe rivolgersi solo ai Paesi della zona euro e riguardare unicamente “sviluppi ciclici a breve termine, in particolare la disoccupazione ciclica”, in modo tale che l'uso delle risorse condivise sia in gran parte al di fuori del controllo dei governi nazionali. Ai Paesi beneficiari continuerà comunque a competere la responsabilità di affrontare la disoccupazione strutturale,
  • Attivazione: il beneficio dovrebbe essere attivato solo in caso di grandi shock negativi,
  • Durata e dimensioni: il contributo sarebbe limitato nel tempo e nelle dimensioni, “da integrare possibilmente con contributi nazionali”, se del caso. Durata, copertura e ammissibilità dovrebbero essere definiti “nel rispetto delle disposizioni nazionali vigenti”. Il sussidio dovrebbe durare 6-8 mesi e ammontare a circa il 40-50% del salario,
  • Ammissibilità: “l'ammissibilità potrebbe essere legata a condizioni armonizzate di attività di ricerca di lavoro”. Ciò consentirebbe anche di innescare ulteriori passi verso l'armonizzazione dei servizi pubblici per l'occupazione e verso la creazione di un coordinamento veramente europeo in materia,
  • Assegnazione delle risorse: non vi dovrebbe essere alcuna flessibilità nella destinazione delle risorse, da utilizzare, dunque, esclusivamente per lo scopo stabilito. Ciò permetterebbe la disponibilità di più risorse a livello nazionale per misure anti-cicliche,
  • Amministrazione: il fondo dovrebbe essere attuato con una gestione comune; ad esempio, dalla Commissione europea in coordinamento con le autorità nazionali. Le parti sociali, a livello nazionale e Ue, dovrebbero svolgere un ruolo nella definizione del fondo e nel suo monitoraggio. Ciò migliorerebbe la consapevolezza e la convergenza istituzionale,
  • Opzioni di finanziamento: il meccanismo potrebbe essere finanziato con le risorse che si liberano man mano che si attivano gli opportuni assestamenti del mercato del lavoro e la disoccupazione si riduce. Il meccanismo di finanziamento potrebbe anche implicare il fatto di destinare una parte degli attuali contributi nazionali per il sussidio europeo. Potrebbero poi essere incluse misure correttive, dopo una certa soglia, per prevenire trasferimenti troppo duraturi. In seguito, il finanziamento potrebbe anche avvenire mediante nuove risorse proprie a livello di zona euro e Ue, e in futuro, potrebbe anche trasformarsi in un impianto di prestito.

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Dall'inizio della crisi economica e finanziaria, spiega Federico Giammusso, consigliere per la macroeconomia e gli affari internazionali del ministro dell'Economia e della Finanze Pier Carlo Padoan, “la disoccupazione e le disuguaglianze permangono a livelli troppo alti da troppo tempo”, alimentando populismi e demagogia. “L'area euro tende a scaricare il costo maggiore delle crisi sul mercato del lavoro”, con conseguente aumento della disoccupazione, calo dei salari e impoverimento della popolazione.

La proposta del governo italiano per questo fondo, continua Giammusso, è stata messa a punto tenendo conto delle preoccupazioni mostrate da alcuni Stati membri. In tal senso, è bene ricordare che “il fondo si attiverebbe solo in caso di choc ciclici, che, per loro natura, prima o poi toccano tutti i Paesi” e che “il Paese beneficiario è tenuto a restituire le risorse al fondo, poiché si tratta, di fatto, di un prestito”. Ovviamente, conclude il funzionario del MEF, questo strumento da solo non potrebbe bastare a risolvere i problemi dell'Eurozona. Sarebbe, però, “un contributo importante per contrastare, con uno strumento comune, la disoccupazione, la disuguaglianza e i populismi”.  

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